Dal 18 al 21 gennaio

Giovedì 18 ore 21
Venerdì 19 ore 21
Sabato 20 ore 21
Domenica 21 ore 16

di
Domenico Starnone
tratto dall’omonimo
romanzo edito da Einaudi


con
Silvio Orlando


e con
(in ordine alfabetico)
Pier Giorgio Bellocchio
Roberto Nobile
Maria Laura Rondanini
Vanessa Scalera

e Matteo Lucchini


regia
Armando Pugliese


scene
Roberto Crea


costumi
Silvia Polidori


musiche
Stefano Mainetti


luci
Gaetano La Mela


produzione
Cardellino Srl

Niente è più radicale dell’abbandono, ma niente è più tenace di quei lacci invisibili che legano le persone le une alle altre.

 

(Domenico Starnone)

 

Con Lacci Silvio Orlando si impegna nel più serio, radicale, acuto, lacerato, umano, bizzarro, a anche profondo lavoro teatrale della sua carriera […] Un’occasione fantastica per conoscere la natura seriamente comica di un Silvio Orlando al vertice della sua poetica artistica.

 

(Rodolfo di Giammarco, la Repubblica)

 

Dopo il grande successo de La scuola, Silvio Orlando con il nuovo spettacolo Lacci ritorna alla scrittura di Domenico Starnone e penetra da un’altra porta le crepe e le fragilità del mondo in cui viviamo: prima visto attraverso il microcosmo dell’educazione, questa volta attraverso il sistema della famiglia, dove cova ogni giorno la minaccia di crollo per un cosmo ben più grande di quello racchiuso tra le mura di casa.

 

La storia infatti ripercorre le attese, le sconfitte, i ripensamenti interni ad un amore e alle sue conseguenze, e porta già nei nomi una promessa di rovina. Quello che dovrebbe tenere è in pezzi e la caduta porta via a fette grosse il sogno. La violenza interna, come nella tragedia antica, contiene già i semi di più estese guerre e incomprensioni. Una tragedia contemporanea, quasi, mascherata da commedia.

 

Un uomo, una donna e la parabola di un drammatico e rabbioso naufragio matrimoniale.

 

«Se tu te ne sei scordato, egregio signore, te lo ricordo io: sono tua moglie». Si apre così la lettera che Vanda scrive al marito che se n’è andato di casa, lasciandola in preda a una tempesta di rabbia impotente e domande che non trovano risposta.

 

Si sono sposati giovani all’inizio degli anni Sessanta per desiderio di indipendenza, ma poi attorno a loro, il mondo è cambiato, e ritrovarsi a trent’anni con una famiglia a carico è diventato un segno di arretratezza più che di autonomia. Adesso lui se ne sta a Roma, innamorato della grazia lieve di una sconosciuta con cui i giorni sono sempre gioiosi; lei a Napoli con i figli, a misurare l’estensione del silenzio e il crescere
dell’estraneità.

 

Che cosa siamo disposti a sacrificare, pur di non sentirci in trappola? E che cosa perdiamo quando scegliamo di tornare sui nostri passi? Domenico Starnone ci regala una storia emozionante e fortissima, il racconto di una fuga, di un ritorno, di tutti i fallimenti, quelli che ci sembrano insuperabili e quelli che ci fanno compagnia per una vita intera.