Dal 1 al 3 aprile 2022

venerdì 1 e sabato 2 ore 21.00, domenica 3 ore 16.00

Carolina Rosi e Gianfelice Imparato in

Ditegli sempre di sì

Di

Eduardo De Filippo


Regia

Alessandro Maggi


Con (in ordine di locandina)

Carolina Rosi

Gianfelice Imparato

Edoardo Sorgente

Massimo de Matteo

Federica Altamura

Andrea Cioffi

Nicola Di Pinto

Paola Fulciniti

Viola Forestiero

Vincenzo D’Amato

Gianni Cannavacciuolo

Boris De Paola


Regia

Roberto Andò


Scene e luci

Gianni Carluccio


Costumi

Francesca Livia Sartori

E’ con grande emozione che mi accosto alla regia di un testo di Eduardo, raddoppiata dall’onore di dirigere la compagnia intestata a uno straordinario interprete: Luca De Filippo.

Ditegli sempre di sì è una commedia in bilico tra pochade e vago pirandellismo, un congegno bizzarro in cui Eduardo si applica a variare il tema della normalità e della follia, consegnando al personaggio di Michele Murri, il protagonista, i tratti della sua magistrale leggerezza.

L’intreccio è di una semplicità disarmante e si direbbe che l’autore si sia nascosto dietro la sua evanescenza per dissimulare l’inquietudine, e la profondità, che vi stava insinuando.

Ecco la storia: un pazzo, erroneamente congedato come guarito dal manicomio che lo ha ospitato, torna a casa dalla sorella Teresa e inizia, lucidamente, furiosamente, a sperimentare, e stravolgere, gli effetti della cosiddetta normalità.

Michele Murri ci è vicino, il suo continuo attentare alla logica, il suo modo di vigilare sullo sguardo degli altri, il suo deviare continuo dal senso delle parole e delle intenzioni, assumendone la letteralità, è un filtro che, prima o poi, ognuno di noi ha temuto o desiderato. Michele, come ogni pazzo che si rispetti, è un forsennato contestatore della vita e del suo senso.

La prima versione della commedia risale al 1925 e dunque è la prima volta che in un lavoro di Eduardo compare la follia. Frutto di successive elaborazioni e lasciata aperta all’improvvisazione, Eduardo provvide a darne una versione definitiva e italianizzata in occasione della sua regia televisiva del 1962, in cui, rivestendo ancora una volta i panni del protagonista, si produsse in una delle sue più grandi interpretazioni.

Tra porte che si aprono e si chiudono, equivoci, fraintendimenti, menzogne, illusioni, bovarismi, lo spettatore si ritrova in un clima sospeso tra la surrealtà di Achille Campanile e un Pirandello finalmente privato della sua filosofia, irresistibilmente proiettato nel pastiche.

Via via che si avvicina al finale, il fantasma delle apparenze assume un andamento beffardo, sino a sfiorare, nel brio del suo ambiguo e iperbolico disincanto, una forma spiazzante, la stessa che, anni dopo, il genio di Thomas Bernhard riassumerà in una scarna, e micidiale, domanda: “E’ una commedia? E’ una tragedia?”

(Roberto Andò)